martedì 7 aprile 2015

Esame di Stato. Come si diventa avvocato? Copiando!


Esame di Stato. Come si diventa avvocato? Copiando!

La risposta di un esperto, qual è il Dr Antonio Giangrande, scrittore che sul tema ha scritto “Concorsopoli ed Esamoli” e “L’Esame di Avvocato”.

Superare una prova dell’esame da avvocato senza aver studiato nulla. E’ quanto hanno dimostrato le telecamere di Studio Aperto che ha messo in onda un filmato realizzato con telecamera nascosta da un giornalista che ha preso il posto di un candidato assente e si è fatto “passare” il compito scritto valido come secondo test della prova per l’iscrizione all’albo degli avvocati. Il reportage ha messo in evidenza tutti i “vizi” tipici degli esami di Stato in Italia. Il cronista del tg di Mediaset è entrato tranquillamente nella sala d’esame e nessuno ha mai controllato la sua identità. Sarebbe potuto essere un magistrato che sostituisce un parente impreparato o un avvocato deciso ad aiutare un collega principiante. Il reporter si è tranquillamente seduto sul banco vuoto destinato a tal Federico C. poi – una volta cominciata la prova – si è fatto passare tutto il compito riempiendo gli appositi moduli timbrati e firmati dalla Corte d’Appello di Roma. Il tutto sotto l’occhio di una telecamerina che ha anche filmato come nella vasta aula ci si passassero manuali, e suggerimenti atti a superare la prova. Infine nel filmato di Studio Aperto si documenta anche come nei bagni del mega-hotel che ha ospitato gli esami i candidati abbiano potuto consultarsi sui contenuti del compito e passarsi le relative soluzioni.

Copi alla maturità, a un esame o a un concorso o a un esame di Stato? Ecco cosa rischi legalmente. Hai il vizietto di copiare? Lo sai che in alcuni casi si rischia anche l'arresto? Ecco, caso per caso, cosa rischi a livello legale quando copi. Quante volte incappate in persone che copiano agli esami o a un concorso pubblico, o magari chissà..siete voi stessi a farlo. Quello che forse non sapete è che copiare non è uno scherzo, ma in molte circostanze costituisce un vero e proprio reato perseguibile a livello penale.

Se copi vi è il reato di plagio. Secondo l'art. 1 della legge n. 475/1925 infatti: Chiunque in esami o concorsi, prescritti o richiesti da autorità o pubbliche amministrazioni per il conferimento di lauree o di ogni altro grado o titolo scolastico o accademico, per l'abilitazione all'insegnamento ed all'esercizio di una professione, per il rilascio di diplomi o patenti, presenta, come propri, dissertazioni, studi, pubblicazioni, progetti tecnici e, in genere, lavori che siano opera di altri, è punito con la reclusione da tre mesi ad un anno. La pena della reclusione non può essere inferiore a sei mesi qualora l'intento sia conseguito.

Se poi qualche commissario ti aiuta nell'ordinamento italiano, vi è l’abuso d'ufficio che è il reato previsto dall'art. 323 del codice penale ai sensi del quale: 1. Salvo che il fatto non costituisca un più grave reato, il pubblico ufficiale o l'incaricato di pubblico servizio che, nello svolgimento delle funzioni o del servizio, in violazione di norme di legge o di regolamento, ovvero omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti, intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arreca ad altri un danno ingiusto è punito con la reclusione da uno a quattro anni. 2. La pena è aumentata nei casi in cui il vantaggio o il danno hanno un carattere di rilevante gravità.

Se chi ti aiuta ti obbliga o ti induce a pagare c’è la concussione. La concussione (dal latino tardo concussio «scossa, eccitamento» dunque «pressione indebita, estorsione») è il reato del pubblico ufficiale che, abusando della sua qualità o delle sue funzioni, costringa (concussione violenta) o induca (concussione implicita o fraudolenta) qualcuno a dare o promettere indebitamente, a lui o a un terzo, denaro o altra utilità anche di natura non patrimoniale. Reato tipico dell'ordinamento giuridico penale della Repubblica Italiana, la fattispecie concussiva non è presente nella maggior parte degli ordinamenti europei e internazionali (al suo posto troviamo l'estorsione aggravata). I beni tutelati dalla fattispecie sono pubblici (buon andamento e imparzialità della Pubblica amministrazione) e allo stesso tempo anche privati (tutela contro abusi di potere e lesioni della libertà di autodeterminazione). Tra i delitti dei pubblici ufficiali contro la Pubblica amministrazione, la concussione è il reato più gravemente sanzionato. Oggi, a seguito della riforma introdotta dalla l. 6 novembre 2012, n.190, è prevista la reclusione da sei a dodici anni (anche ante riforma era il reato contro la P.a. più sanzionato). La normativa italiana di contrasto al fenomeno concussivo è contenuta nel codice penale e precisamente nel Libro II, Titolo II "Dei delitti contro la pubblica amministrazione" (art. 314-360).

Se chi ti aiuta si fa pagare è corruzione ed indica, in senso generico, la condotta di un soggetto che, in cambio di danaro oppure di altri utilità e/o vantaggi che non gli sono dovuti, agisce contro i propri doveri ed obblighi. Il fenomeno ha molte implicazioni, soprattutto dal punto di vista sociale e giuridico; uno stato nel quale prevale un sistema politico incontrollabilmente corrotto viene definito "cleptocrazia", cioè "governo di ladri", oppure "repubblica delle banane". In Italia il concetto di corruzione è riconducibile a diverse fattispecie criminose, disciplinate nel Codice Penale, Libro II - Dei delitti in particolare, Titolo II - Dei delitti contro la pubblica amministrazione.

Se poi chi ti aiuta falsifica i verbali d’esame vi è Falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici , previsto dall'art. 476 C.P. Il pubblico ufficiale, che, nell'esercizio delle sue funzioni, forma, in tutto o in parte, un atto falso o altera un atto vero, e' punito con la reclusione da uno a sei anni. Se la falsità concerne un atto o parte di un atto, che faccia fede fino a querela di falso, la reclusione è da tre a dieci anni.

Se poi chi ti aiuta, afferma in atti pubblici, che tu inabile al ruolo, sei invece capace e meritevole, vi è Falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici, punito dall'art. 479 c.p.: Il pubblico ufficiale, che, ricevendo o formando un atto nell'esercizio delle sue funzioni, attesta falsamente che un fatto è stato da lui compiuto o è avvenuto alla sua presenza, o attesta come da lui ricevute dichiarazioni a lui non rese, ovvero omette o altera dichiarazioni da lui ricevute, o comunque attesta falsamente fatti dei quali l'atto è destinato a provare la verità, soggiace alle pene stabilite nell'articolo 476.

Se poi chi ti aiuta fa parte di una commissione di esame (formata da avvocati od altre figure professionali specifiche al concorso o dall'esame; magistrati; professori universitari)  ed è d’accordo con i solidali vi è un’associazione a delinquere. L'associazione per delinquere è un delitto contro l'ordine pubblico, previsto dall'art. 416 del codice penale italiano.

Se l'organizzazione stabilita ha carattere di sistema generale, taciuto, impunito e ritorsivo contro chi si ribella vi è l'associazione per delinquere di stampo mafioso. Il mezzo che deve utilizzarsi per qualificare come mafiosa un'associazione è quindi la forza intimidatrice del vincolo associativo e della condizione di soggezione e di omertà che ne deriva.

Quel di cui si parla è all’ordine del giorno, ma tutti fanno finta di niente.

Bari. Test per avvocati 2014-2015, trovati i soldi l’accusa: ora è di corruzione. Blitz a Giurisprudenza. Sequestrati i computer della dirigente Laquale, sotto inchiesta.  Indagate madre e figlia: pagarono per ottenere le tracce dell’esame, scrive Francesca Russi su Repubblica. Catanzaro. Esame di Avvocato 2013-2014. Copiano gli esami per avvocato, annullati 120 compiti. Nulle le prove scritte degli aspiranti avvocati del distretto di Corte d’Appello: contenevano passaggi identici. La commissione ammette agli orali soltanto il 40% degli oltre 1.600 candidati, scrive “La Gazzetta del Sud”.

Lecce. Esame di Avvocato 2012-2013. L’Interrogazione parlamentare del  dr Antonio Giangrande, scrittore e Presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie e di Tele Web Italia.

Al Ministro della Giustizia. — Per sapere – premesso che: alla fine di giugno 2013 si apprendeva dalla stampa che a Lecce sarebbero solo 440 su 1258 i compiti ritenuti validi. Questo il responso della Commissione di esame di avvocato presso la Corte d’Appello di Catania, presieduta dall’Avvocato Antonio Vitale, addetta alla correzione degli elaborati dell’esame di avvocato sessione 2012 tenuta presso la Corte d’Appello di Lecce. Più di cento scritti sono finiti sul tavolo della Procura della Repubblica con l’accusa di plagio per poi, magari, scoprire che è tutta una bufala. Copioni a parte, sarebbe, comunque, il 65%  a non superare l’esame: troppi per definirli asini, tenuto conto che alla fase di correzione non si dedicano oltre i 5 minuti, rispetto ai 15/20 minuti occorrenti. Troppo pochi per esprimere giudizi fondati.

Tenuto conto che le notizie sono diffamatorie e lesive della dignità e dell’onore non solo dei candidati accusati del plagio, ma anche di tutta la comunità giudiziaria di Taranto, Brindisi e Lecce coinvolta nello scandalo, si chiede di approfondire alcune questioni (in relazione alle quali l’interrogante ritiene opportuno siano comunicati con urgenza dati certi) per dimostrare se di estremo zelo si tratti per perseguire un malcostume illegale o ciò non nasconda un abbaglio o addirittura altre finalità.

Per ogni sede di esame di avvocato ogni anno qual è la media degli abilitati all’avvocatura ed a che cosa è dovuta la disparità di giudizio, tenuto conto che i compiti corretti annualmente presso ogni sede d’esame hanno diversa provenienza. Se per l’esame di avvocato è permesso usare codici commentati con la giurisprudenza; Se le tracce d’esame di avvocato indicate del 2012 erano riconducibili a massime giurisprudenziali prossimi alla data d’esame e quindi quasi impossibile reperirle dai codici recenti in uso i candidati e se, quindi, i commissari, per l’impossibilità acclamata riconducibile ad errori del Ministero, hanno dato l’indicazione della massima da menzionare nei compiti scritti;

Nella sessione di esame di avvocato 2012 a che ora è stabilita la dettatura delle tracce; presso la sede di esame di avvocato di Lecce a che ora sono state lette le tracce; se in tal caso la conoscenza delle stesse non sia stata conosciuta prima dell’apertura della sessione d’esame con il divieto imposto dell’uso di strumenti elettronici; Quali sono le mansioni delle commissioni d’esame di avvocato: correggere i compiti e/o indagare se i compiti sono copiati e quanto tempo è dedicata ad  una o all’altra funzione;

Quali sono i principi di correzione dei compiti, ed in base ai principi dettati, quali sono le competenze tecniche dei commissari e se corrispondono esattamente ai criteri di correzione: Chiarezza, logicità e metodologia dell’esposizione, con corretto uso di grammatica e sintassi; Capacità di soluzione di specifici problemi; Dimostrazione della conoscenza dei fondamenti teorici degli istituti giuridici trattati e della capacità di cogliere profili interdisciplinari; Padronanza delle tecniche di persuasione. Tra i principi indicati qual è la figura professionale tra avvocati, magistrati e professori universitari che ha la perizia professionale adatta a correggere i compiti dal punto di vista lessicale, grammaticale, sintattico,  persuasivo ed ogni altro criterio di correzione riconducibile alle materie letterarie, filosofiche e comunicative.

Quanti e quali sono le sottocommissioni in Italia che da sempre hanno scoperto compiti accusati di plagio e in base a quali prove è stata sostenuta l’accusa;

Quante e quali sono le sottocommissioni di Catania che hanno verificato il plagio de quo e quanti sono gli elaborati accusati di plagio ed in base a quali prove è sostenuta l’accusa.

Se le Sottocommissioni di Catania coinvolte erano composte da tutte le componenti necessarie alla validità della sottocommissione: avvocato, magistrato, professore.

Se tutti i compiti di tutte le sottocommissioni di esame di avvocato di Catania (contestati, dichiarati sufficienti, e dichiarati insufficienti) presentano segni di correzione (glosse, cancellature, segni, correzioni, note a margine);

Quanto tempo, in base ai verbali apertura-chiusura sessione, per ogni compito tutte le sottocommissioni di Catania (anche quelle che non hanno scoperto le plagiature) hanno dedicato alla fase di correzione (apertura della busta grande, lettura e correzione dell’elaborato, giudizio e motivazione, verbalizzazione e sottoscrizione);

Quanto tempo, in base ai verbali apertura-chiusura sessione, per ogni compito tutte le sottocommissioni di Catania (quelle che hanno scoperto le plagiature) hanno dedicato alla fase di correzione e quanto tempo alla fase di indagine con ricerca delle fonti di comparazione e quali sono stati i periodi di pausa (caffè o bisogni fisiologici).

Al Ministro si chiede se si intenda valutare l’opportunità di procedere ad un indagine imparziale ed ad un’ispezione Ministeriale presso le sedi d’esame coinvolte per stabilire se Lecce e solo Lecce sia un nido di copioni, oppure se la correzione era mirata, anzichè al dare retti giudizi,  solo a fare opera inquisitoria e persecutoria con eccesso di potere per errore nei presupposti; difetto di istruttoria; illogicità, contraddittorietà, parzialità dei giudizi.

Salerno. Copiano all’esame, indagati 12 avvocati. Inchiesta sulla prova scritta della sessione 2011/2012, scrive Clemy De Maio su La Città di Salerno. Salerno, l’inchiesta sull’esame divide gli avvocati. In dodici sono indagati per avere copiato da internet. Il presidente Montera: «Si controllino pure magistrati e notai», scrive Clemy De Maio su "La città di Salerno". «La Procura indaga sugli esami degli avvocati? E perché non si verificano pure quelli per magistrati o notaio, visto che negli anni scorsi un concorso al notariato è stato persino annullato perché qualche figlio “illustre” conosceva già le tracce prima di entrare».

Gli aspiranti avvocati copiano i temi: 110 indagati a Potenza. L'esame di abilitazione è stato corretto a Trento nel 2007, scrive “La Stampa”.

Campobasso. Trentotto persone sono indagate nell'ambito di un'inchiesta sullo svolgimento dell'esame per diventare avvocato. L'esame, tenutosi nel dicembre del 2007 in Molise, sarebbe stato "truccato", scrive "Altro Molise".

Sotto inchiesta la prova scritta che si è tenuta a Catanzaro nel '97. Avvisi di garanzia a legali di tutta Italia. Avvocati, all'esame di Stato hanno copiato 2.295 candidati su 2.301, scrive Gian Antonio Stella su “Il Corriere della Sera”.

Cassazione SU: l’avvocato che favorisce i candidati durante l’esame di abilitazione va sospeso, scrive Francesca Russo su Filo Diritto del 16 febbraio, le Sezioni Unite hanno rinviato al Consiglio nazionale forense la decisione sulla sospensione di un avvocato per aver aiutato un candidato durante l’esame di abilitazione. (Corte di Cassazione - Sezioni Unite Civili, Sentenza 16 febbraio 2015, n. 3023).

UNA COSA E’ CERTA. NESSUNO DI COLORO CHE HA USUFRUITO O HA AGEVOLATO UN CONCORSO OD UN ESAME DI STATO TRUCCATO E’ STATO MAI CONDANNATO O RADIATO. SE POI VAI A PARLAR CON COSTORO SI DIPINGONO COME ANIME BIANCHE E TI ACCUSANO DI MITOMANIA O PAZZIA. ADDIRITTURA ARRIVANO A DIRTI: TI RODI PER NON AVER SUPERATO L'ESAME O IL CONCORSO!!!

Il Presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Termini Imerese, in primo grado fu condannato a 10 mesi. L’accusa: truccò il concorso per avvocati. Non fu sospeso. Da “La Repubblica” di Palermo del 10/01/2001: Parla il giovane aspirante avvocato, che ha portato con sé una piccola telecamera per filmare “palesi irregolarità”. «Ho le prove nel mio video del concorso truccato. Ho un’altra cassetta con sette minuti di immagini, che parlano da sole. Oggi sarò sentito dal magistrato. A lui racconterò tutto ciò che ho visto. La giornata di un concorsista, aspirante avvocato, comincia alle quattro e mezza del mattino. Alle sei devi esser in prima fila. Ed è quello il momento in cui capisci come vanno le cose. Tutti lo sanno, ma nessuno ne parla». I.D.B., 38 anni, ha voluto rompere il silenzio. Nei giorni dell’esame scritto per l’abilitazione forense si è portato dietro una piccola telecamera e ha documentato quelle che lui chiama “palesi irregolarità”. E’ stato bloccato dai commissari e la cassetta con le immagini è stata sequestrata. Ma lui non si perde d’animo: «in fondo io cerco solo la verità». Intanto, I.D.B. rompe il silenzio con “La Repubblica” perché dice «è importante cercare un movimento d’opinione attorno a questa vicenda ». E ha già ricevuto la solidarietà dell’associazione Nazionale Praticanti ed avvocati. «Vorrei dire – racconta – delle sensazioni che ho provato tutte le volte che ho fatto questo esame. Sensazioni di impotenza per quello che senti intorno. Ed è il segreto di Pulcinella. Eccone uno: basta comunicare la prima frase del compito a chi di dovere. Io ho chiesto i temi che avevo fatto nelle sessioni precedenti: non c’era una correzione, una motivazione, solo un voto». Il primo giorno degli esami scritti il giovane si è guardato intorno. L’indomani era già dietro la telecamera: «Ho filmato circa sette minuti, in lungo ed in largo nel padiglione 20 della Fiera del Mediterraneo, dove c’erano più di novecento candidati. A casa ho rivisto più volte il filmato e ho deciso che avrei dovuto documentare ancora. Così è stato. Il secondo filmato, quello sequestrato, dura più del primo. A un certo punto una collega si è accorta di me e ha chiamato uno dei commissari. Non ho avuto alcun problema, ho consegnato la cassetta. E sin dal primo momento ho detto: Mi sono accorto di alcune irregolarità e ho documentato. Allora mi hanno fatto accomodare in una stanza. E insistevano: perché l’ha fatto?. Tornavo a parlare delle irregolarità. Poi mi chiedevano chi le avesse fatte. Lo avrei detto al presidente della commissione, in disparte. Davanti a tutti, no!» Il giovane si dice stupito per il clamore suscitato dal suo gesto: «Non dovrebbe essere questo a sorprendere, ho avuto solo un po’ più di coraggio degli altri». Ma cosa c’è in quelle videocassette? L’aspirante avvocato non vuole dire di più, fa cenno ad un commissario sorpreso in atteggiamenti confidenziali con alcuni candidati: «Francamente non capisco perché non siano stati presi provvedimenti per il concorso. Quei capannelli che ho ripreso sono davvero troppo da tollerare. Altro che piccoli suggerimenti!».

Dr Antonio Giangrande

Presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie e di Tele Web Italia


099.9708396 – 328.9163996

 

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domenica 5 aprile 2015

Xylella: responsabilità di Stato.


Xylella: responsabilità di Stato.

L’inettitudine e l’imperizia dei governanti, la demagogia, l’ignoranza e la falsità di un certo mondo ambientalista e gli appetiti di coloro che ne vogliano fare un business sono più dannosi della malattia. Si vuol desertificare il Salento sterminando tutte le piante in loco. Come dire: c’è una persona malata, si annientano tutti i conviventi e tutti i suoi compaesani. E' l'Isis europea che si abbatte sul patrimonio ambientale salentino.

Il grido d’aiuto lanciato dagli alberi salentini che possono avere una vita millenaria comincia ad espandersi e diffondersi, purché non si affronti la questione con un allarmismo che non solo sarebbe inutile, ma rischia di essere dannoso. Certo, nemmeno il complottismo può funzionare quasi che i salentini siano stati vittime di chissà quale trama ordita da chi lo vuol vedere piegato agli interessi extralocali.

All’inizio il progressivo ammalarsi delle piante venne riferito ad una molteplicità di fattori  tra i quali figurava anche un batterio parassita, la Xylella fastidiosa. Con il corollario della prospettazione di un pericolosissimo rischio di contagio. Quasi che il Salento fosse diventato una bomba pronta ad esplodere contaminando il resto del Paese e persino l’Europa.

Ed ecco allora che si cerca di capire chi è il responsabile.

Parlare di responsabilità dello Stato italiano: di questo sì che si può parlare.

Il dr Antonio Giangrande, scrittore e presidente della “Associazione Contro Tutte le Mafie”, autore del libro Agrofrodopolitania”, imputa al Governo la responsabilità della diffusione della malattia degli ulivi salentini e ne spiega analiticamente i motivi.

La Procura di Lecce apre un’inchiesta - al momento a carico di ignoti - per diffusione colposa della malattia degli ulivi nel Salento? I responsabili ci sono e non sono ignoti: è il Governo centrale e tutti quelli ambientalisti da strapazzo che si sciacquano la bocca con il termine “tutela dell’ambiente e della natura”, ma che in realtà sono più dannosi dei germi patogeni della Xylella. Non è una tesi campata in aria o di stampo complottistico. Ma la consapevolezza che i responsabili tanto ignoti non sono. Di sicuro vi è che il patrimonio olivicolo del Salento ha registrato un attacco grave ad opera di un processo chiamato CoDiRo (Complesso del disseccamento rapido degli ulivi).

Precisiamo che gli ulivi del Salento hanno centinaia di anni. Molti di loro erano centenari già all’epoca di Dante. Queste creature tante ne hanno viste e tanto ne avrebbero da raccontare sugli umani.  «I miei ulivi stanno bene - precisa a Leccenews24 l'anziano agricoltore con gli occhi lucidi che lasciano trapelare una certa preoccupazione -  ma ci sono campagne vicino alla mia dove è arrivata "quella cosa"». «Io non ci credo che non ci sia una cura, è impossibile. Guardi quest'albero, è storto, piegato su se stesso, sembra sul punto di spezzarsi da un momento all'altro. Eppure sono settant'anni che lo trovo sempre lì. Così mio padre. E mio nonno, non è bello?». Per un attimo stentiamo a capire come si fa a definire un albero "bello" poi basta guardarlo con un occhio diverso per rendersi conto che non esiste altro termine per descrivere quel tronco massiccio e contorto, che affonda le sue radici nel terreno puntellato di pietre e che si dirama verso il cielo con le sue chiome argentee e rigogliose. Queste lo sono ancora. Non una foglia marrone, non un ramo secco. Niente. A pensarci bene persino un genio della pittura come Renoir se n'era accorto, in una lettera datata 1889 scriveva testualmente «L'olivo, che brutta bestia! Non potete sapere quanti problemi mi ha causato. Un albero pieno di colori, neanche tanto grosso, e le sue foglioline, sapeste come mi hanno fatto penare! Un soffio di vento, e tutta la pianta cambia tonalità perché il colore non è nelle foglie ma nello spazio tra loro. Un artista non può essere davvero bravo se non capisce il paesaggio». L'anziano che abbiamo incontrato non sarà il maestro dell'impressionismo, ma il messaggio è più o meno lo stesso: la terra è un patrimonio naturalistico di inestimabile valore che deve essere tutelato, protetto. E i primi che dovrebbero farlo sono i contadini. Eppure sembrano essere diventati l’ultima ruota del carro, semplici spettatori di un dramma diventato ormai inarrestabile. «Le malattie ci sono da sempre, perché questa sarebbe diversa? Possibile che si possa combattere solo con l'eradicazione? Ma quando mai?  - prosegue il contadino convinto che una soluzione ci sia e che basta solo trovarla – prima di prendere qualunque decisione bisogna fare molta attenzione perché i nostri ulivi, millenari e non, sono stati ottenuti mediante l’innesto della varietà (Cellina di Nardò e Ogliarola) su ceppo di selvatico resistente a ogni tipo di malattia. Non a caso i nostri uliveti sono soprannominati “uliveti reali” (così come classificate nelle carte geografiche dell’IGM) per la bellezza delle piante e la bontà delle olive e degli oli prodotti». «Non bisogna dimenticare poi che questa tipologia di alberi è riuscita anche a resistere all’incuria grazie al suo legame con la terra da cui estrae la linfa vitale per sopravvivere». «L’unico torto di questi alberi ultra secolari e alcuni addirittura millenari che sono gli unici testimoni viventi della storia dell’uomo è che non hanno mai chiesto niente a nessuno, nemmeno alle istituzioni che investono fior di milioni per un edificio storico, dove per edificio storico si intende anche un fabbricato con meno di cento anni, e delle piante non si sono mai interessati. Adesso devono pensare pure agli ulivi, che sono veri e propri monumenti.  Glielo dobbiamo». «Queste cose succedono da quando abbiamo smesso di rispettare la terra –  ci dice – gli ulivi sono stati dimenticati in primis dall’uomo, sono stati bistrattati, sono stati relegati in uno stato di assoluto abbandono, che solo l’inversione di rotta degli ultimi anni, forse salverà…». «Lei è favorevole all’eradicazione?» chiediamo al 70enne pur conoscendo la risposta e, infatti, perentorio, pronuncia un secco NO «al massimo si più tagliare tanto dalla radice. Usciranno dei polloni che nel giro di pochi anni possono diventare nuovi alberi di pregio, mantenendo così facendo la varietà autoctona nel nostro territorio». E poi usa un termine che strappa quasi un sorriso “scattunare”, questo bisogna fare. Prima di salutarci ci dice una frase che ci lascia un po’ l’amaro in bocca «dai batteri dobbiamo difenderci, ma se dobbiamo difenderci anche dagli uomini, siamo davvero spacciati». Quando si dice vecchia saggezza contadina. 

Attenzione!!! Lo Stato Italiano, genuflesso al potere degli altri Stati europei, Francia in primis, gli ulivi li vuole eradicare, cioè sdradicare. Basterebbe tagliare il tronco in modo che germoglino nuove piante su quelle radici e in pochi anni tutto ritornerebbe allo status quo. Ma ciò non si può fare. Sarebbe troppo semplice e nessuno speculerebbe sulla disgrazia.

Eppure la strage degli ulivi in Salento diventa un caso internazionale con l'inerzia del Governo italiano che non difende il suo territorio. Nel Consiglio dei 28 ministri dell’agricoltura Ue del 16 marzo 2015, la sentenza per la Puglia: “Abbattere tutti gli alberi infettati dal batterio Xylella fastidiosa”. La richiesta è stata comunicata dal Commissario alla Salute Vytenis Andriukaitis, al Ministro italiano dell'Agricoltura, Maurizio Martina. L'eradicazione degli ulivi resta al centro della strategia Ue per contrastare la Xylella fastidiosa, il batterio killer che sta distruggendo gli ulivi del Salento. I paesi europei che si sentono più vulnerabili all'espansione del batterio Xylella, in particolare Francia, Grecia e Spagna, chiedono di abbattere almeno un decimo dei circa 9 milioni di alberi dell'area del Salento, mentre l'Italia ritiene sufficiente il piano del commissario Giuseppe Silletti, che prevede interventi più contenuti. In Italia, invece, lo scontro si è già spostato sul piano legale, dopo che la sezione di Lecce del Tar di Puglia ha accolto il ricorso di due avvocati proprietari di un uliveto a Oria, la località da cui dovrebbero partire le misure di emergenza. L’Europa ce lo chiede: “Prima di tutto dobbiamo essere molto chiari, tutti gli alberi colpiti dal batterio Xylella fastidiosa devono essere rimossi e questa è la prima cosa”. Colpi di accetta e motoseghe, dunque, su migliaia di ulivi e non solo. Anche su lecci, mandorli, ciliegi, albicocchi e tutte le altre piante, appartenenti ad almeno 150 specie, che risulteranno attaccate dal patogeno da quarantena arrivato dalle Americhe. Una raccomandazione che avrà come contraltare, in caso di mancato adempimento, l’avvio di una procedura di infrazione comunitaria. Non ha usato mezze misure il commissario europeo alla Salute e sicurezza alimentare, Vytenis Andriukaitis, al termine del Consiglio dei 28 ministri dell’agricoltura. Per Bruxelles, il contagio va contenuto dentro i confini della Puglia meridionale, a costo di applicare la soluzione più “dolorosa”. Come dire: gli abbattimenti dovranno essere ovunque, pure nei diecimila ettari intorno a Gallipoli, epicentro del contagio originario, e non solo mirati nei dodici focolai individuati e nella “fascia di eradicazione”. È questa striscia la prima sorvegliata speciale, lunga 50 chilometri e profonda 15, una sorta di fossato immaginario a cavallo tra le province di Lecce, Brindisi e Taranto. Le ruspe entreranno in azione innanzitutto lì, a tutela di una “fascia cuscinetto” al momento indenne. Tutta la penisola salentina, invece, è dichiarata “zona infetta”, sebbene sia interessata dal fenomeno solo in parte, in quaranta comuni. Spetterà agli stessi proprietari l’obbligo di tagliare le piante colpite, concetto al limite della discrezionalità, visto che sono ritenute tali quelle identificate “sia con analisi di laboratorio che con riscontro dei sintomi ascrivibili all’infezione di Xylella fastidiosa”, ma anche quelle “individuate come probabilmente contagiate”. Per chi si opporrà? Sanzioni amministrative e interventi in sostituzione da parte dell’agenzia regionale Arif. Così anche per chi non effettuerà le arature entro aprile e per chi si rifiuterà da maggio di usare insetticidi chimici.

Eppure la strage degli ulivi in Salento ha delle chiare responsabilità dello Stato italiano che ha legiferato sotto la spinta di un pseudo ambientalismo da strapazzo senza sentire i contadini. Ma andiamo per ordine. Oggi, il tanto decantato prodotto biologico profuso dagli ambientalisti ha portato i proprietari dei terreni a non trattare con prodotti naturali o chimici terreni e piante. Questa neo cultura impedisce di lavorare i terreni o le piante, con arature e concimazioni. Dietro lo spirito ambientalista, spesso, però, si nasconde la grave crisi dell’agricoltura. Non si curano i terreni e le piante per mancanza di liquidità e, perciò, si abbandonano. L’abbandono provoca l’essiccamento delle piante. Per quanto riguarda la potatura delle piante e la produzione delle stoppie i nostri antenati bruciavano in loco quanto si era potato. Ciò produceva concime e, di fatto, impediva che si propagasse l’infezione da parte di qualche pianta malata. Ma i nostri governanti, spinti dai soliti ambientalisti, ha ribaltato secolari sistemi di coltivazioni. Ricordiamo che l’art. 13 del D.Lgs. 205/2010, modificando l’art. 185 del D.Lgs. 152/2006, stabiliva che “paglia, sfalci e potature, nonché altro materiale agricolo o forestale naturale non pericolosi...", se non utilizzati in agricoltura, nella selvicoltura o per la produzione di energia mediante processi o metodi che non danneggiano l'ambiente o mettono in pericolo la salute umana devono essere considerati rifiuti e come tali devono essere trattati. Accendere falò in campagna per bruciare questi residui è quindi contro la legge poiché integrerebbe il reato, non solo amministrativo ma anche penale, di illecito smaltimento dei rifiuti. Sono già accaduti casi di verbali molto importanti a carico di agricoltori, sanzionati ai sensi dell' art. 256 del D.Lgs 152/2006 che prevede: “la pena dell'arresto da tre mesi a un anno o l'ammenda da duemilaseicento euro a ventiseimila euro se si tratta di rifiuti non pericolosi” come sono considerate stoppie e ramaglie.

Eppure la strage degli ulivi in Salento diventa un caso legislativo. Con il decreto legge del 24 giugno 2014 n. 91, in vigore dal 25 giugno, si risolve il problema della bruciatura delle stoppie e dei residui vegetali che ha creato tanti problemi negli ultimi anni in quanto considerati rifiuti speciali. Il comma 8 dell’art. 14 del decreto legge modifica l’articolo 256 – bis del decreto legislativo 152/2006 ( “Codice Ambientale”) relativo alla combustione illecita di rifiuti, prevedendo che tali disposizioni “non si applicano al materiale agricolo e forestale derivante da sfalci,  potatura o ripuliture in loco nel caso di combustione in loco delle stesse. Di tale materiale è consentita la combustione in piccoli cumuli e in quantità giornaliere non superiori a tre metri steri per ettaro nelle aree, periodi e orari individuati con apposita ordinanza del Sindaco competente per territorio. Nei periodi di massimo rischio per gli incendi boschivi, dichiarati dalle regioni, la combustione di residui vegetali agricoli e forestali è sempre vietata.”. Ergo: Il Parlamento riconosce di aver emanato una legge sbagliata. Dalla nuova norma si capisce che il legislatore aveva fatto una gran boiata nell’alterare il naturale smaltimento dei residui di potatura. Si riconosce, inoltre, che lo spostamento di quei residui in altre aree di smaltimento ha prodotto il propagarsi del contagio.

Eppure la strage degli ulivi in Salento diventa un caso giudiziario. La procura di Lecce indaga sull’origine del batterio Xylella fastidiosa che sta decimando gli alberi di ulivo salentini. L’inchiesta, secondo quanto riferiscono alcuni quotidiani, starebbe seguendo due possibili strade. La prima è che il batterio sia arrivato in Puglia in occasione di un convegno scientifico che fu organizzato nel settembre 2010 dall’Istituto agronomico mediterraneo. Con una particolarità. Uno dei possibili indiziati, l’Istituto agronomico mediterraneo di Valenzano (Bari), “gode per legge di immunità assoluta”, spiega il pm di Lecce, titolare dell’inchiesta Elsa Valeria Mignone in un’intervista a Famiglia Cristiana. “L’autorità giudiziaria italiana non può violare il domicilio dell’istituto, non può effettuare sequestri, perquisizioni o confische”, spiega il magistrato. La seconda pista ipotizza che il batterio killer sia stato introdotto con le piante ornamentali importate dall’Olanda e provenienti dal Costa Rica. Ergo: Mancato controllo dello Stato o di Organi pubblici sull’introduzione di organismi dannosi nel territorio nazionale.

Eppure la strage degli ulivi in Salento diventa un caso finanziario. Tredici milioni di euro a disposizione del commissario straordinario per l’emergenza-ulivi. Lo ha annunciato il direttore dell’area Politiche per lo sviluppo rurale della Regione, Gabriele Papa Pagliardini. Le attività riguarderanno prevalentemente la lotta ai vettori del batterio, attraverso arature, sfalciature, potature e utilizzo di principi attivi che dovranno impedire ai cicadellidi di diffondere Xylella. Ovviamente si dovrà investire anche sulla ricerca, per sconfiggere il batterio là dove ha già attecchito (si parla di circa 40mila ettari infetti su un totale di 95mila coltivati a uliveto). Ma sulla ricerca di somme di denaro non si è parlato. Ergo: lo Stato finanzia l’estirpazione delle piante, ma non finanzia la ricerca per debellare la causa. Eppure basta poco. Basta dar credibilità a chi di piante se ne intende ed aiutarli finanziariamente a praticarne la cura.

Eppure la strage degli ulivi in Salento diventa un caso mediatico. L’idea è nata sul web, per iniziativa dello scrittore Pino Aprile, scrive Flavia Serr. Su La Gazzetta del Mezzogiorno. E dopo una valanga di «post», «tweet» e «ri-tweet», ecco che la grande mobilitazione promette di portare in piazza migliaia di persone (11mila le adesioni raccolte sulla rete). Tutti uniti sotto lo slogan «Difendiamo gli ulivi». Lo stesso grido di battaglia che è diventato un hashtag e ha inondato i social network (Facebook, Twitter e Instagram), fino a coinvolgere decine di artisti e volti noti dello spettacolo, salentini e pugliesi di nascita o «de core», mobilitati da Nandu Popu dei Sud Sound System, agguerritissima «sentinella» degli ulivi. Fra gli altri, sono scesi in campo (e ci hanno messo la faccia) Federico Zampaglione dei Tiromancino, Claudia Gerini, Emma Marrone, Samuele Bersani, Marco Mater azzi, Elio degli Elio e le Storie Tese, Fabio Volo, Raffaele Casarano, Après la classe, solo per citarne alcuni. E nelle scorse ore, anche Giuliano Sangiorgi dei Negramaro, direttamente da New York dove sta ultimando il nuovo disco del gruppo, ha pubblicato su Fb una sua foto con il cartello in mano «#Difendiamo gli ulivi». Allo scatto, ha aggiunto anche un messaggio: «Queste straordinarie creature che stanno per essere eradicate, questi alberi secolari, chiamati “ulivi”, rappresentano centinaia, per non dire migliaia, di anni della storia e della vita di un popolo, come il nostro. So poco di agricoltura o di botanica. Ma so per certo una cosa: loro (le straordinarie creature) meriterebbero una riflessione ampia e consapevole e tutti noi abbiamo diritto di conoscere, di sapere se e perchè “nostri simili” stanno per lasciare la vita terrena. Abbiamo diritto alla verità». Sangiorgi in piazza ci sarebbe venuto oggi, e col pensiero c’è. Ed è vicino a quel movimento che chiede maggiore chiarezza sulle cause del disseccamento rapido degli ulivi e su tutte le possibili cure per affrontarlo. Insieme a Sangiorgi, il resto della «famiglia » Negramaro sposa la battaglia, con il batterista Danilo Tasco e il chitarrista «Lele» Spedicat o. Già nei giorni scorsi, un fiume di altre «star» pugliesi si sono dette pronte a mobilitarsi in difesa degli ulivi: dal regista Edoardo Winspeare allo stilista Ennio Capasa, passando per i comici Nuzzo e Di Biase, i fotografi Flavio&Fr ank, fino ad arrivare al rapper Caparezza che su Twitter ha scritto: «Arruolatemi tra le sentinelle degli ulivi. Urge chiarezza sulla xylella». Così, Le Iene il 2 aprile 2015 hanno mandato in onda un servizio con Nadia Toffa sull'argomento. Fabio Ingrosso e  Nadia Toffa si sono recati nel Salento dove moltissime coltivazioni di ulivi sono state infettate da un batterio molto pericoloso originario della California, di cui in Europa in precedenza non si era riscontrata alcuna traccia. Il parassita si chiama "xylella" e rischia di decimare migliaia di ulivi secolari. La UE ha chiesto misure drastiche di intervento che prevedono l'eradicazione degli alberi malati seguendo una precisa mappatura. Ma l'eradicazione, per la quale sono stati stanziati diversi milioni di euro, è davvero l'unica soluzione? La Iena lo chiede ad un gruppo di ricercatori  e, in seguito, ad alcuni contadini del posto che hanno adottato delle cure naturali per provare a salvare gli ulivi. Testimonial del servizio Caparezza a Albano Carrisi, due musicisti che, come molti altri artisti si stanno schierando contro l'eradicazione degli ulivi. Toffa ha spiegato con parole molto semplici qual è la situazione, dal punto di vista geografico (cioè per quali zone si sta prevedendo l'eradicazione), ma anche dal punto di vista storico: «Fino a oggi la Xylella non aveva mai colpito gli ulivi, e non è detto che sia la Xylella a far ammalare gli ulivi» sono state le sue parole, che contribuiscono a sollevare molti dubbi su quello che sta accadendo. Sono meno di 300, ha detto Toffa, gli ulivi malati: e allora perché l'eradicazione si preannuncia tanto massiva? Il servizio de Le Iene suggerisce un metodo per risanare gli ulivi dalle parole di un agricoltore, che ha curato le sue piante malate, oggi in salute, in alcuni mesi, irrorandole con una mistura di calce e solfato di rame, un rimedio della nonna che a quanto pare, nel caso dell'agricoltore intervistato, ha sortito il suo effetto. La parola degli ulivicoltori è al momento molto importante nel Salento: un'eradicazione massiva li getterebbe sul lastrico.

Eppure la strage degli ulivi in Salento diventa una denuncia per la mancanza di volontà di trovare un rimedio curativo naturale per le piante. Quelli del movimento 5 Stelle di Tuglie hanno intervistato un agricoltore.

Domanda: Poltiglia bordolese, suggestione o via percorribile?

Risposta. Noi non interveniamo sul batterio, rafforziamo le autodifese della pianta con rimedi naturali. Non è affatto una suggestione, io curo ancora molte patologie dell’apparato respiratorio con i rimedi della nonna a base di erbe. Abbiamo solo utilizzato vecchie pratiche agronomiche, il solfato di rame è un antibatterico e un antifungino, l’idrossido di calcio (calce) è un disinfettante naturale usato da secoli. La vecchia poltiglia bordolese autoprodotta non porta ricchezza alle casse delle multinazionali dell’agrochimica. Successivamente siamo intervenuti alla radice, con un prodotto naturale a base di aglio, che alcuni ricercatori spagnoli venuti fin qui ci hanno gratuitamente consegnato per la nostra sperimentazione empirica. Ci siamo accertati che fosse un prodotto naturale e registrato e lo abbiamo usato alla base della pianta, intervenendo sulle radici.

D. Quali i sintomi della malattia?

R. La sintomatologia si nota dall’alto della chioma per poi diffondersi su tutta la branca, sino al basso della pianta. Proprio come una verticillosi.

D. Che fare appena si sospetta che l’uliveto potrebbe essere stato contaminato?

R. Noi non ci sostituiamo agli organi preposti, di certo non ci atterremo a quelle norme scellerate previste dalla quarantena che prevedono l’uso massiccio di diserbanti e insetticidi per uccidere i fantomatici insetti “vettori”.

D. E in termini di prevenzione?

R. Curare la terra e gli olivi. Una buona potatura aiuta la pianta a rivegetare, ossigenare il terreno con un leggero coltivo, ritornare alle buone pratiche dell’innerbimento e del “sovescio”: così facendo si restituisce alla pianta sostanza organica a costo zero. Disinfettare la pianta con la solita poltiglia bordolese autoprodotta (grassello di calce e solfato di rame). All’occorrenza, disinfettare e nutrire i tronchi con solfato di ferro e calce alle dosi consigliate.

D. Come si trasmette il batterio?

R. Non capisco il perché alcuni soggetti si accaniscono sul batterio e non sulla moltitudine di funghi tracheomicosi presenti sulla pianta e sulla radice. Credo che si stia facendo cattiva informazione: abbiamo perso il contatto con la realtà, e quindi dobbiamo tornare a essere più umili, prima con noi stessi e poi con madre Terra. Con la rivoluzione “verde” dettata dall’agrochimica sponsorizzata da alcune Università, abbiamo contribuito a distruggere la biodiversità e rotto quell’equilibrio biologico perfetto, frutto del creato. Io non uccido nessun essere vivente!

D. La falda inquinata, magari da rifiuti tossici, da percolato, può essere una spiegazione alla xylella?

R. Una cosa è certa: la nostra Terra è martoriata.

D. L’uso scriteriato della chimica e la smania di far produrre ogni anno le piante può aver influito sulla diffusione del batterio?

R. L’altro giorno leggevo la retro etichetta di una nota multinazionale dei diserbanti, recita così: “Buona Pratica Agricola nel controllo delle malerbe, l’applicazione degli agrofarmaci non è corretta se viene realizzata con attrezzature inadeguate”. Come possiamo ben notare, le stesse multinazionali dell’agrochimica, che prima ci avvelenano e poi ci “curano”, stravolgono il senso delle parole.

Domenica 5 Ottobre 2014 a Trani abbiamo concluso la 3 giorni del 2° meeting “Terra e Salute”, tra i relatori spiccavano alcuni nomi noti del mondo accademico, il prof. Cristos Xiloyannis e il prof. Pietro Perrino, ed erano entrambi a conoscenza della drammatica situazione in cui versano i nostri olivi, ne abbiamo parlato a lungo, sono concordi con le nostre analisi e con i nostri metodi naturali di intervento. La flora batterica è completamente assente, le sostanze nutritive di origine organica sono granelli di sabbia, la chimica non aiuta certo la pianta, anzi, contribuisce ad abbassare le autodifese.

D. L’eradicazione di cui si parla può fermare il batterio?

R. Che facciamo, applichiamo l’eutanasia agli olivi viventi? Di olivi completamente morti non ce ne sono e l’eradicazione non è una via percorribile e non risolve il problema batterio. Con i batteri e altri patogeni dobbiamo convivere, Dio non ha creato animali per essere uccisi, dobbiamo cercare il giusto equilibrio. Gli olivi sono la bellezza del nostro paesaggio agro-culturale. I nostri olivi non si toccano!

D. Posto che si eradichi, il pollione che nascerà crescerà sano?

R. Nelle zone più interessate all’essiccamento, Li Sauli, Castellana, ecc., possiamo notare che l’arbusto olivo reagisce, ma non ha la forza per mantenere tutto il peso della chioma, perché mancano le sostanze nutrienti naturali. Quindi, è la pianta che lascia morire parte di se stessa. Quando viene potata e quindi alleggerita dal suo carico, l’olivo reagisce, perché concentra le proprie energie nutritive sui pochi rami rimasti.

D. Cosa pensa dell’ipotesi che la xylella sia stata portata per boicottare l’olio di Terra d’Otranto?

R. Se sia stata importata o no, non sta a noi verificarlo, avevamo dei dubbi e per questo presentammo un esposto in Procura. Una cosa è certa: questa nostra martoriata Terra è sotto attacco, e gli avvoltoi sono troppi, la nostra Terra fa gola a molti speculatori, fa gola pure alle mafie del cemento.

D. Che interessi si giocano sul nostro olio?

R. La nostra Regione era la terra più vitata d’Italia, poi ci convinsero a estirpare circa il 30-40% deiDSC_1301 nostri vitigni, con punte del 50% nel Salento in cambio di 10-12 milioni delle vecchie lire per ha, quote cedute alle Regioni del Nord. Non vorrei che si praticasse lo stesso parassitismo per i nostri olivi: il Sud ha già dato troppo al Nord.

D. La raccolta 2014 è iniziata, la produzione calerà. Dall’estero arrivano disdette di ordini: può rassicurare il consumatore che nonostante il batterio l’olio prodotto è di ottima qualità?
R. L’attuale annata è scarsa in tutto il Bacino del Mediterraneo, e non a causa del batterio. La nostra preoccupazione è per le prossime annate, fin quando i nostri olivi non si riprenderanno. Quest’anno la produzione non sarà sufficiente a soddisfare tutte le richieste, e l’essiccamento non incide minimamente sulla qualità del prodotto. Siamo preoccupati dell’invasione di olio proveniente dagli impianti ultra-intensivi dell’Australia.

Eppure la strage degli ulivi in Salento diventa una denuncia sugli aspetti speculativi dell’ambiente. Scrive Antonio Bruno. La speculazione della Green Economy Industriale, la stessa che sta devastando impunemente il nostro Paese con pannelli e pale eoliche nelle campagne! La stessa lobby politico-imprenditoriale trasversale che ha devastato la campagna di Puglia con mega torri eoliche e che falcidia uccelli e stupra paesaggio, e con deserti sconfinati di pannelli fotovoltaici. Non un solo albero è stato piantato contro il “climate change” in Salento, contro la desertificazione, ma i suoli sono stati strappati all’agricoltura e alla vita, e desertificati artificialmente al fotovoltaico. E’ quello della Green Economy Industriale un mercato drogato da iperincentivazione pubblica e di rapina! A partire dalla costituzione della Banca Mondiale a Washington (accordi di Bretton Wood), uno dei primi obiettivi fissati fu quello di riportare ricchezza nel Salento a beneficio dei salentini, attraverso proprio l’ampio progetto di riforestazione del Salento, mediante la piantumazione massiccia di piante autoctone, ma non fu mai portato a termine! Il paradosso è che se ogni giorno sul Financial Times o sul The Guardian si parla di riforestazione inglese per combattere il “climate change”, non si riesce a capire come sia possibile che Governo, Regione e province ignorino del tutto questa necessità per il Salento, terra d’Italia con il minor numero di boschi, a causa di artificiali disboscamenti selvaggi. Mentre un tempo non lontano era tra le più verdi e pittoresche regioni d’Italia, ed era anche più ricca d’acqua in superficie, proprio grazie alla presenza del fitto manto boschivo! Una foga economica degenerante, sviluppatasi purtroppo a partire dal Protocollo di Kyoto, trasformato ingiustamente in cavallo di Troia della frode. Ora, con la scusa dei fuochi accesi stupidamente nei campi dai contadini per smaltire le ramaglie, si son giustificati inceneritori di biomasse-ramaglie, ed in realtà anche rifiuti, a fini termoelettrici, di potenze fino ad 1MW, realizzabili attraverso la incostituzionale L.R. 31/2008 della Puglia, con una semplice DIA Dichiarazione di Inizio Attività presentata al comune interessato! Un intero nocivo e pericoloso opificio industriale realizzato con una DIA! Tutto questo quando invece bastava un’ordinanza dei sindaci per vietare quei fuochi inutili fumosi ed indiscriminati nei campi, ed invitare i contadini a triturare le ramaglie e altri scarti in loco, al fine di farne compost. Non a caso nel mercato vi sono biotrituratori che triturano e spargono sminuzzati scarti vegetali e organici in generale sui suoli, che in piccolissime pezzature vanno incontro a rapidissimi processi di compostaggio naturale al suolo. Serviva alimentare queste centrali a biomasse solide con scarti locali, secondo la filiera corta, quale allora migliore trovata delle ramaglie e degli scarti di potatura dei prossimi uliveti e vigneti per giustificarne l’autorizzazione, spiegando che si sarebbe eliminato il problema dei fuochi nei campi! Problema risolto portando tutta la biomassa in uno stesso luogo, magari alle porte di una città, e accendendo lì nelle fornaci di quell’industria elettrica un fuoco perenne, 24 ore su 24! Questa l’hanno chiamata soluzione ecocompatibile! Ma allora non era meglio lasciar accendere quei fuochi sparsi nei campi, con un effetto di diluizione dei fumi anziché concentrarli tutti a danno di una comunità? E poi c'è il business del Pellet. Perché questo combustibile - definito eco - è ormai un business da diversi zero, vista l'enorme richiesta di questo combustibile. Mentre le analisi sui Pellet provenienti dalla Lituania della NaturKraft continuano ad essere eseguite nei laboratori dei reperti speciali dei Vigili del Fuoco di Roma, alcuni organi di stampa hanno riportato la notizia di altre anomalie riscontrate in Pellet prodotti da una decina di aziende italiane. Ricordiamo che i pellet devono essere prodotti con lo scarto della lavorazione di legno vergine. Ossia, è vietato il riutilizzo di legno già impiegato per altri scopi o altri prodotti. Quindi, per dirla in altre parole, deve trattarsi di materiale di scarto proveniente dalle industrie che producono e trasformano il legno vergine. Nel caso riportato da organi di stampa nazionale, sembrerebbe che questo non stia succedendo. Anzi, nei pellet si troverebbero tracce di legno utilizzate da mobilio vario, tra cui anche bare funerarie. Non solo. Il Nucleo operativo ecologico (Noe) di Treviso ha denunciato 14 persone di 10 aziende delle province di Treviso e Vicenza per la produzione di pellet da residui di lavorazione del legno di provenienza illegale. Gli investigatori hanno precisato che l’indagine non ha attinenze con i controlli sull’esistenza di presunto materiale radioattivo nei pellet in atto da alcuni giorni. La Procura di Treviso ha posto sotto sequestro un’azienda di San Michele di Piave (ritenuta la maggiore produttrice di pellet in Italia) assieme a oltre 20 mila tonnellate di legno trattato che sarebbe stato trasformato in combustibile per stufe e bruciatori. Insomma, in questi pellet si troverebbero residui di lavorazione di mobili, cornici, bare e altri prodotti trattati con vernici e colle. Perché questo? Perché gli scarti di legno trattato costano all’incirca la metà del legno vergine. Contaminato.

Ecco dimostrato. Responsabile di tutto è lo Stato e un certo ambientalismo speculativo.

Dr Antonio Giangrande

Presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie e di Tele Web Italia


099.9708396 – 328.9163996

martedì 24 marzo 2015

“APPALTOPOLI. APPALTI TRUCCATI”.

“APPALTOPOLI. APPALTI TRUCCATI”. Il nuovo libro di Antonio Giangrande.
Come truccare gli appalti pubblici. Di Antonio Giangrande
TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo. Vittorio Alfieri (1790).
E’ da venti anni che studio il sistema Italia, a carattere locale come a livello nazionale. Da queste indagini ne sono scaturiti decine di saggi, raccolti in una collana editoriale "L'Italia del Trucco, l'Italia che siamo", letti in tutto il mondo, ma che mi sono valsi l’ostruzionismo dei media nazionali. “L'Italia tenuta al guinzaglio da un sistema di potere composto da caste, lobbies, mafie e massonerie: un'Italia che deve subire e deve tacere. La “Politica” deve essere legislazione o amministrazione nell’eterogenea rappresentanza d’interessi, invece è meretricio o mendicio, mentre le “Istituzioni” devono meritarlo il rispetto, non pretenderlo. Il rapporto tra cittadini e il rapporto tra cittadini e Stato è regolato dalla forza della legge. Quando non vi è cogenza di legge, vige la legge del più forte e il debole soccombe. Allora uno “Stato di Diritto” degrada in anarchia. In questo caso è palese la responsabilità politica ed istituzionale per incapacità o per collusione. Così come è palese la responsabilità dei media per omertà e dei cittadini per codardia o emulazione."
(* Per i concorsi pubblici e per gli Esami di Stato ho scritto appositamente un libro a parte).
(* Per l’esame truccato di avvocato ho scritto appositamente un libro a parte).
Più di 5 milioni di italiani con la tangente o la raccomandazione, scrive Paolo Comi su “Il Garantista”. C’è una ricerca del Censis, che è stata presentata ieri a Roma, molto interessante su svariati argomenti (la ricerca è sul rapporto tra mondo produttivo e pubblica amministrazione) e che ci fornisce in particolare un dato sul quale sarà giusto riflettere. Questo: quattro milioni e mezzo di italiani ammettono di avere fatto ricorso a una raccomandazione per ottenere una maggior velocità (e un buon esito) alle pratiche disperse nei meandri dell’amministrazione pubblica. E addirittura 800 mila ammettono di avere fatto un regalino a dirigenti e funzionari per avere in cambio un atto dovuto. Regalino, a occhio, è qualcosa di simile alla tangente. Le cifre poi vanno lette bene. Se quattro milioni e mezzo ammettono, è probabile che altri quattro milioni e mezzo non ammettono. E così per gli 800 mila. Le cifre vere potrebbero essere 9 milioni di raccomandazioni e un milione e seicentomila piccole tangenti. Se consideriamo che non tutta la popolazione attiva (e cioè circa 40 milioni di persone) ha avuto bisogno di velocizzare pratiche nella pubblica amministrazione (diciamo circa la metà) otteniamo questo rapporto: su 20 milioni di persone che hanno avuto problemi con la pubblica amministrazione, 9 milioni hanno fatto ricorso a una raccomandazione, perché conoscevano qualcuno, un milione e seicentomila ha pagato una tangente, altri 9 milioni e quattrocentomila se ne sono stati buoni buoni in fila ad aspettare. E’ abbastanza divertente intrecciare questi dati coi dati su coloro che chiedono più rigore, più pene, severità e ferocia contro la corruzione. Corrotti, corruttori e ”punitori” di corruttori e corrotti, spesso, sono la stessa persona.
COME TRUCCARE LEGALMENTE UNA GARA D'APPALTO?
Come truccare una gara d'appalto legalmente scrive E.Georgiakis su “Psicopolis”. Manuale per sindaci ed assessori inesperti (gli altri lo sanno già) della seconda e terza Repubblica.
1. Le caratteristiche dell'appalto. Per semplicità, chiamiamo qui appalto ogni richiesta pubblica di partecipazione all'assegnazione di un finanziamento o un lavoro. Ogni appalto contiene caratteristiche vincolanti di partecipazione. E' possibile sia inibire la partecipazione a quegli enti che non possiedono tali caratteristiche o assegnare punteggi più alti agli enti che le possiedono. Le caratteristiche possono essere ragionevoli, ma anche molto fantasiose. Eccone solo alcune:
la natura statutaria dell'ente (si possono riservare appalti solo a cooperative o solo ad associazioni o solo a società);
il possesso di un bilancio, nell'anno o nel triennio precedente, superiore a X euro;
la presenza di x dipendenti regolarmente assunti da x mesi o anni;
l'esistenza di una sede legale nella città o nella Regione, da un tempo predefinito;
l'esistenza di una sede operativa in regola con tutte le norme di igiene, sicurezza, agibilità;
il possesso di un'esperienza precedente nello stesso settore, o addirittura esattamente uguale a quella appaltata;
l'obbligo di una cauzione più o meno elevata da versare insieme alla presentazione dell'appalto.
Tutti questi caratteri vanno dimostrati con documentazione da consegnare. E naturalmente questa documentazione può essere passata al vaglio severamente o "discrezionalmente", tanto nessuno controllerà i controllori (salvo che in casi rarissimi). Il controllo severo è riservato ai partecipanti ignoti od ostili, che possono essere non ammessi alla gara anche per cavilli formali. Il controllo discrezionale consiste in tanti piccoli accorgimenti. Gli amici possono consegnare il tutto prima al funzionario amico e avere il tempo di effettuare correzioni; se sono privi di una qualche caratteristica, possono ottenere una deroga. Ecco un esempio reale. Molti appalti richiedono l'uso di sedi operative in regola dal punto di vista normativo. Un ente "amico" che vince molti appalti nel settore della formazione professionale, realizza i corsi in una cantina buia priva di ogni requisito: come ci riesce? Allegando una dichiarazione di lavori in corso per la "messa in regola" della sede. Nessuno dei funzionari amici va a controllare come mai i lavori sono in corso da oltre dieci anni. E se proprio gli amici mancano di una qualche caratteristica ? Allora basta che nessuno controlli a fondo la documentazione. Gli amministratori locali più esperti scelgono prima chi deve vincere un appalto e delineano il capitolato "ad personam", il che limita vistosamente il numero dei partecipanti alla gara. Se, per esempio, un ente amico possiede alcune caratteristiche di quelle richieste dal capitolato, e non altre, a quelle possedute viene assegnato un punteggio più alto, oppure quelle non possedute vengono omesse dalla gara. Se malgrado questo, arrivano concorrenti inaspettati, a costoro viene riservato un vaglio più stringente in modo che molti vengano non ammessi alla gara. Per esempio, se il capitolato richiede la presenza di almeno n.5 dipendenti, gli amici possono anche allegare un'autodichiarazione sostitutiva, a tutti gli altri viene richiesta una prova documentale dei pagamenti INPS effettuati.
2. Gli ostacoli formali. Anzitutto il bando di gara va tenuto il più possibile segreto: solo gli amici ne conoscono l'esistenza con largo anticipo. Gli altri devono scovarlo su siti web mai funzionanti, su bacheche esposte in posti pubblici ma accessibili solo in certe ore e alla fine di labirintici corridoi, su gazzette o pubblicazioni che in genere sono fatti circolare due giorni prima della data di scadenza per la presentazione. In certi casi il bando viene inviato, ma a pagamento. In secondo luogo i tempi vengono calcolati in modo che la scadenza avvenga nel mese di agosto o nel mese di dicembre, comunque a ridosso di vacanze, ponti o festività. Questo trucchetto non riguarda gli amici, avvisati molto in anticipo, ma gli estranei che trovano difficoltà al loro interno (molti operatori sono in vacanza), sia all'esterno, che deve fornire l'infinita documentazione richiesta. In terzo luogo, chi controlla che la scadenza sia rispettata? Un usciere o un funzionario che possono sempre chiudere un occhio (per gli "amici") su richiesta dell'assessore o del sindaco. Oltre ai trucchi sulla pubblicità e la data di scadenza, sono decine i trucchetti formali usati per eliminare partecipanti sgraditi. Eccone una lista contenuta:
la domanda di partecipazione può essere inoltrata solo via web, da un sito che funziona pochissimo;
la documentazione deve essere inviata in 5-10 copie, firmate in ogni pagina;
la busta contenente domanda e documentazione deve essere chiusa con ceralacca;
la somma richiesta per il servizio appaltato deve essere espressa in lettere e non in numeri;
ogni foglio della proposta deve avere una marca da bollo, ovviamente annullata con firma;
i curricula degli operatori dell'ente che partecipa, devono essere in "formato europeo".
I creatori di questi capitolati possono poi sempre affidarsi alle ambiguità semantiche, in modo che una regola formale possa essere interpretata erroneamente da chi non gode di spiegazioni preventive. Ottenere delucidazioni sul capitolato d'appalto a volte è impossibile, a volte è difficilissimo (le domande di chiarimento vanno formulate per iscritto a qualcuno che può anche rispondere un giorno prima o un giorno dopo la scadenza del bando). Chi non è fra gli amici può essere escluso dalla gara perchè manca una firma su una delle 100 pagine della documentazione; o perchè la somma offerta per l'appalto è scritto in numeri e non lettere (ho assistito alla esclusione di un partecipante che aveva scritto 350.500 coi numeri e trecentocinquantamila in lettere - omettendo i cinquecento finali); o perchè manca una marca da bollo o perchè una marca da bollo non è stata annullata con firma.
3. La commissione giudicante. Ogni gara d'appalto prevede una commissione giudicante, che deve controllare che la domanda sia ineccepibile, ma soprattutto che l'offerta (il progetto) sia compatibile col bando e della migliore qualità. Qui il trucco è molto semplice: basta che la commissione - i cui nomi sono sempre segreti- sia composta da una maggioranza di fedeli dell'assessore o del sindaco. A volte non serve neppure una maggioranza: è sufficiente che la commissione abbia un presidente con un certo potere, e dei membri facilmente asservibili. In nessun appalto del settore immateriale le commissioni giudicanti sono note, nè sono tenute a rendere pubblici i criteri di giudizio. Le commissioni sono scelte dall'ente appaltante, e raramente contengono professionisti esperti nel settore oggetto dell'appalto. Nei casi in cui ciò avviene, si tratta di professionisti subalterni o ricattabili, ben lieti di accontentare il politico di turno. Il quale spesso non deve neppure segnalare il vincitore desiderato. Si sa che la tal cooperativa è nella cordata del sindaco e la talaltra associazione è nella cordata dell'assessore. I commissari faranno autonomamente la scelta più gradita a chi comanda, il quale sarà lieto di affidare loro premi, prebende, aiuti nel prossimo futuro (se non l'ha già fatto prima). La commissione giudicante può decidere di assegnare l'appalto ad un ente perchè il suo progetto è migliore, senza dover dire perchè. Oppure può utilizzare il criterio economico, e dare la vittoria al progetto che costa meno. Oppure premiare un partecipante perchè presenta le migliori credenziali, senza dover dire perchè sono migliori. Il criterio e le motivazioni restano segreti, quindi tutto è legalmente possibile.
4. I controlli in itinere. Abbiamo già visto quale libertà offrono i controlli preventivi, ed in fase giudicante. Legalmente, è possibile favorire gli amici e ostacolare i nemici, nella fase di presentazione ed in quella di valutazione dei partecipanti alla gara. Ma il bello deve ancora venire. Una gara in genere offre al vincitore o ai vincitori (nei casi di assegnazione di fondi) del danaro in cambio di una qualche attività. Chi vince deve realizzare un progetto o gestire un servizio, secondo le specifiche indicate del capitolato di gara. Ma chi e come controlla che tutto ciò avvenga veramente? Dipende. Sei il vincitore è un "amico", non controlla nessuno. Vinci l'appalto, e fai quello che vuoi/puoi senza dimenticare di mostrare gratitudine verso l'assessore e il sindaco. Puoi non fare del tutto o in parte quello che la gara richiedeva, puoi chiedere varianti in itinere (o farle, senza chiedere), puoi non pagare nessuno dei collaboratori o fornitori, puoi non avere nessun fruitore del servizio appaltato, puoi fare male il servizio richiesto: salvo tragedie, sei praticamente insindacabile. Questa gratitudine può essere mostrata in tanti modi. Evitando quello più rischioso, cioè dare un bell'assegno o regalare un viaggio a Parigi, puoi sdebitarti assumendo la figlia del cugino dell'assessore, o facendo assumere la "fidanzata" del sindaco in un ufficio che ti deve un favore, o offrendo all'assessore stesso una bella consulenza non al tuo ente (troppo rischioso!) ma ad un ente che a sua volta regala all'assessore che gli ha fatto vincere un appalto, una consulenza al tuo ente. In molti casi non sono nemmeno necessari questi scambi: per chi comanda è sufficiente sapere che l'ente che vince un appalto non sarà mai fra i critici delle sue scelte; o credere che, in caso di elezioni, i capi, gli operatori, gli utenti dell'ente appaltatore (e le loro famiglie) voteranno "come si deve". Se invece hai vinto la gara senza essere un "amico" deve rendere conto prima e dopo di ogni azione che fai nell'espletamento dell'appalto. Non puoi fare la minima variazione senza essere prima formalmente autorizzato. Se qualcuno dei tuoi operatori o degli utenti o dei fornitori fa arrivare una lamentela all'ente appaltante, rischi la sospensione dell'appalto o, anche peggio, il mancato pagamento del servizio. Se i partecipanti previsti al servizio appaltato erano 15 e sono invece 12, rischi una decurtazione del compenso. Se invece di 15 sono 7, rischi l'azzeramento del compenso. A Milano si è sviluppata una nuova professione: il partecipante ai corsi finanziati dall'Unione Europea. Gli enti che non sono abbastanza "amici" strapagano i partecipanti e consentono loro di iscriversi a 2/3 corsi contemporaneamente (omettendo di registrare le assenze). Così un giovane che accumula 2/3 diarie ottiene un quasi-stipendio. Al contrario, un ente formativo abbastanza "amico" mi ha offerto di realizzare un corso aziendale, senza andarci davvero: nelle ore in cui si fingeva il corso "on the job" i dipendenti svolgevano il loro lavoro normale. Alla mia perplessità, la risposta fu: "Tanto nessuno mi controlla!". Dunque, se sei "amico" la tua vita sarà semplice. Se non lo sei, impari (legalmente!) che non ti conviene partecipare ad altre gare indette da quell'assessore o quel sindaco.
5. Anticipi e rendiconti. Se tutti i trucchi sopra descritti non funzionano abbastanza, per punire gli estranei e beneficiare gli amici, c'è la madre di tutti i ricatti: il danaro. Quasi tutti i capitolati, specie quelli che implicano grandi spese per l'appaltatore, prevedono l'erogazione di un anticipo che dovrebbe essere versato dopo l'aggiudicazione e prima dell'inizio dell'attività. Qui la differenza fra gli "amici" e gli altri è notevole: i primi ricevono l'anticipo tempestivamente, i secondi anche sei mesi dopo. Lo stesso vale per tutte le tranches di pagamento che l'appalto prevede. Quelli che non sono "amici" ricevono i pagamenti mesi dopo le scadenze, e senza alcun interesse. Così imparano a non partecipare ad appalti che dovrebbero essere assegnati ad altri. Il trucco finale riguarda i rendiconti. Le gare nel settore immateriale prevedono quasi sempre che i pagamenti vengano effettuati a fronte di giustificativi regolari. L'ente assegnatario per venire pagato, deve presentare le fatture pagate ai fornitori, le ricevute di pagamento al personale, i biglietti dei treni presi, gli scontrini degli eventuali pasti consumati e tutto quanto speso per realizzare il progetto o gestire il servizio oggetti della gara. Tutto ciò che ha un giustificativo formale, essendo previsto dalla gara, viene pagato: il resto viene detratto. Questa regola, che non si capisce come mai valga per le gare immateriali ma non per quelle relative a case, strade o discariche, apre voragini interpretative, grazie al fatto che la normativa fiscale ed amministrativa è un labirinto deciso da legislatori ubriachi. Questo nel migliore dei casi, cioè quelli in cui il funzionario preposto ai controlli sia in buonafede. Per cui si possono aprire infiniti contenziosi (che durano mesi nei quali il danaro dovuto non viene erogato): l'iva deve o non deve esserci? quali fatture devono essere "bollate"? il treno in prima classe si può prendere? perchè il tale operatore è pagato di più di un altro? come si dimostra che la segretaria ha lavorato 100 ore o 200 ? gli interessi pagati alla banca per i ritardi dei pagamenti da parte dell'appaltante sono rimborsabili? e via di seguito. Tutti questi problemi non riguardano gli "amici". I quali possono anche non presentare niente, come giustificativo. Chi dovrebbe controllare? Oppure possono presentare giustificativi errati, incompleti, palesemente falsi: basta che chi è preposto al controllo del rendiconto riceva un caloroso invito, dall'assessore o dal sindaco, a pagare in ogni caso e subito.  Il controllo sull'erogazione del danaro è il trucco finale. Se non sei fra gli "amici", ma sei riuscito a superare i trucchi iniziali, gli ostacoli formali, la commissione giudicante, difficilmente superi la "prova dei soldi", ed impari finalmente che non devi partecipare mai più ad una gara pubblica o devi diventare un vero "amico" di qualcuno che conta.
N.B.: Con le opportune modifiche gli stessi trucchi si possono applicare per truccare i concorsi pubblici, le gare per i finanziamenti.
COME TRUCCARE GLI APPALTI PUBBLICI NEL SETTORE SOCIALE.
Come manipolare gli appalti nel settore sociale, continua “Psicopolis”. Manuale per funzionari, dirigenti e amministratori locali. Più o meno come l'Italia del dopoguerra è stata la continuazione del fascismo sotto altre forme, la Seconda Repubblica è la continuazione della Prima, in forme autorizzate dalla Legge. Le tangenti, il voto di scambio, il clientelismo sfacciati degli Anni Ottanta erano basati sull'arbitrio, e dunque sul rischio che correva chi li praticava. Infatti alcuni (una esigua minoranza, per la verità) è stato scoperto e punito o svergognato. Oggi si è trovato un modo più maturo e sofisticato per praticare lo stesso sport nazionale -interclassista, interpartitico e interregionale-: la gara d'appalto. L'appalto, nelle sue diverse formule, è un sistema per ottenere, in modo del tutto legale, tangenti, voto di scambio, clientelismo. In queste pagine dimostreremo la tesi enunciata, citando gli infiniti esempi che le Gare d'Appalto offrono ogni giorno in Italia. Questo non significa affatto che TUTTI gli Appalti sono truccati. Al contrario, il meccanismo degli Appalti permette in modo manifesto e legale quello che dieci anni fa era ottenuto in forma nascosta e illegale. E' possibile trovare qua e là, qualche Ente appaltante che agisce in perfetta buona fede, perché gli operatori onesti non sono del tutto scomparsi. Tuttavia non è chiaro se si tratta di onestà o di semplice assenza di conoscenze. Queste pagine vogliono fare chiarezza, fornendo a tutti un elenco di trucchi, regolarmente applicati. In modo che sarà più facile distinguere fra gli appaltatori davvero onesti, che pur conoscendo i trucchi non li applicano, e quelli che non li applicano solo per mancanza di conoscenze.
PREMESSA. Una premessa di ordine socio-politico si impone. I fenomeni degenerativi della Prima Repubblica erano in parte fondati sull'avidità personale di molti operatori della politica, che rubavano a titolo puramente personale. Questi erano i casi migliori, che possiamo attribuire all'atavica debolezza umana, e che naturalmente non sono affatto scomparsi. Per un'altra parte invece la cosa era peggiore: le illegalità erano compiute per il Partito, con la deliberata volontà di alterare l gioco democratico. In questi casi non si è trattato solo di furti economici, ma della sottrazione della democrazia. I furti per il Partito erano motivati dalla espansione geometrica che dagli Anni Sessanta aveva registrato la burocrazia politica. I partiti erano diventati direttamente pervasivi e possedevano in proprio molta parte delle risorse pubbliche. Le critiche che si svilupparono contro il "collateralismo" di certe organizzazioni, specie cattoliche, non erano motivate - questo si capisce bene oggi- dalla volontà di dare autonomia alla società civile, ma dal desiderio di rendere le organizzazioni civili collaterali ad entità diverse. Oggi i partiti si sono snelliti, perciò non dominano più la società in via diretta, ma in via indiretta mediante forme di collateralismo strettissimo. Non si tratta più di far arrivare danaro ai Partito, per pagarne le spese crescenti, ma di far arrivare benefici alle organizzazioni della società civile che sono legate a doppio filo coi Partiti, in forme di collateralismo organico ben più stretto di quello che esisteva negli Anni Settanta. I Partiti non devono più rubare per avere soldi e quindi consenso: basta che "comprino" il consenso foraggiando in modo strategico questa o quella porzione di società. La forma dell'Appalto consente questo in forma del tutto legale.
TRUCCO N.1: il controllo dell'informazione. Il primo trucco è praticato su larga scala. Lo Stato, le Regioni, le Provincie ed i Comuni deliberano forme di finanziamento o gare di vario genere ogni giorno. L'iter di ogni deliberazione è per solito lungo: proposte, discussioni di Giunta o di Consiglio, mediazioni, delibera, iter formale della delibera, pubblicizzazione, e scadenza per la presentazione delle domande da parte degli appaltanti. Per tutta la durata di questo iter, dirigenti, funzionari e Amministratori conoscono bene la situazione e sanno come più o meno andrà a finire. Il primo grande trucco è che gli "amici" sono informati dell'iter quasi al suo nascere, mentre gli estranei vengono informati solo il giorno dopo della pubblicazione, quando mancano pochi giorni alla scadenza per la presentazione delle offerte. I primi hanno tutto il tempo di prepararsi, gli altri no. Tutta la vicenda può andare avanti in forma naturale, ma, legalmente, non è difficile procurare qua là qualche ritardo in modo da lasciare più tempo a disposizione degli "amici". Basta che la pubblicizzazione slitti di qualche giorno, che la delibera venga trascritta in ritardo su Internet, che l'Albo cui viene affissa sia collocato in posizione poco visibile. Se la delibera viene a conoscenza di estranei che ne vogliono copia, è facile ostacolarne l'acquisizione: l'addetto è fuori stanza o addirittura in vacanza, la copia deve essere pagata, l'ufficio non fa fotocopie e la delibera deve essere consultata sul posto, la delibera viene inviata ma con parti mancanti. Quando poi la delibera arriva in possesso dei possibili gareggianti, si apre il grande capitolo delle interpretazioni. Nessuna delibera dice tutto e in modo inequivoco. Gli "amici" possono chiedere delucidazioni di prima mano all'Amministratore, al dirigente o al funzionario: anzi, in molti casi sono costoro che fanno quello che nelle aziende si chiama "insider trading", chiamando gli "amici" e illustrando loro ogni risvolto della delibera ancor prima che sia presa. Gli estranei devono leggersi la delibera e cercare di interpretarla. Davanti ai numerosi dubbi interpretativi che sorgono, gli estranei devono rivolgersi ai funzionari che: sono fuori stanza o addirittura in vacanza, non sanno rispondere e chiedono di essere richiamati, forniscono in buona o mala fede informazioni errate. Molte Gare richiedono l'inserimento di informazioni relative al territorio: numero di utenti potenziali, tipi di servizi simili esistenti, strategie amministrative dell'Ente Locale, ricerche pregresse. Tutte queste informazioni sono pubbliche, in teoria. In pratica ne dispongono solo gli "amici", che possono arricchire la presentazione della loro proposta; mentre gli estranei, essendone privi, verranno il loro progetto giudicato "con scarsi riferimenti alla realtà territoriale". Tutto ciò è perfettamente legale, giustificabile formalmente in mille modi ragionevoli, ma in sostanza consente di operare una precisa selezione fra gli "amici" da favorire e gli estranei da ostacolare. A volte questo meccanismo è sottile, a volte è smaccato ed evidente. Quando fra la pubblicizzazione della delibera e la scadenza ci sono solo 5/6 giorni, e la partecipazione è condizionata ad un numero di azioni che richiedono settimane quando non mesi, è evidente che chi partecipa è stato informato molto prima.
TRUCCO N.2: la selezione esplicita dei partecipanti. Non sono rari i casi di Gare ad invito. I più smaccati sono i casi di Gare riservate a concorrenti invitati dall'inizio. L'Ente appaltante decide di far partecipare alla gara solo 3 o 4 organizzazioni, che ricevono così un invito. Questo meccanismo già consente di effettuare una selezione a priori, invitando solo gli "amici". Ma è facile aggiungere al Trucco n.2 il Trucco n.1: si invitano 4/5 enti a gareggiare, ma solo uno di questi è aiutato con la tempestività dell'informazione, la accuratezza delle interpretazioni, la trasmissione di dati aggiuntivi. In qualche caso l'appaltatore dispone di un finanziamento che decide di assegnare tramite Gara, non al ribasso, bensì a progetto. Gli invitati devono fare un progetto su parametri di impegno, ma restando all'oscuro di quale sia il tetto di spesa preventivato, che non viene detto nella lettera di invito. Il totale del finanziamento è di pubblico dominio, ma solo gli "amici" vengono informati subito di quale sia. Gli estranei devono cercarsi la informazione sulla somma disponibile dalle fonti pubbliche, disperse, lacunose, non aggiornate; oppure, se non c'è tempo, fare una proposta alla cieca che sarà facilmente giudicata troppo alta o troppo bassa.
TRUCCO N.3: la partecipazione riservata a categorie. Molte gare del settore sociale e immateriale operano dall'inizio una selezione dei partecipanti: cooperative sociali di tipo A o B, Onlus, Centri di Formazione riconosciuti. A volte le selezione è ancora più stretta. Può venire richiesto che i partecipanti alla Gara siano iscritti ad Albi o Registri della Regione (la logica leghista negli appalti vince da sempre). Oppure si può mettere, come condizione obbligatoria alla partecipazione, che il concorrente all'appalto abbia una sede nel Comune appaltante. Questo Trucco, perfettamente legale, restringe il numero dei partecipanti alla Gara a pochissime unità. Combinando poi i Trucchi 1, 2 e 3 si riesce facilmente a restringere la rosa dei candidati al giro degli "amici".
TRUCCO N.4: la selezione attraverso sbarramenti economici. Se i trucchi 1,2 e 3 non bastano, ecco la famiglia n.4 degli "sbarramenti legali". Non solo si possono fare gare "a invito"; non solo si possono selezionare a priori le categorie di partecipanti: si può effettuare un ulteriore selezione con una serie di sbarramenti di carattere economico. Per fornire il Capitolato necessario a partecipare all'appalto, si può richiedere una somma. Come condizione per entrare nella Gara, molti Enti chiedono una cauzione: per solito pari al 5% dell'ammontare. La somma resta bloccata non solo per tutto il periodo delle procedure fino alla proclamazione del vincitore, ma anche per parecchi mesi successivi. I motivi adducibili sono l'iter burocratico o l'assenza dei funzionari. Se il funzionario preposto va in maternità o malattia, possono passare mesi prima che la cauzione di un concorrente perdente sia restituita. Il tempo raddoppia o triplica (si arriva ai 9 o anche 12 mesi) se qualcuno dei concorrenti fa un ricorso per irregolarità. Il sistema delle cauzioni anticipate scoraggia coloro che non hanno "rassicurazioni" sulla vittoria. Scoraggia le partecipazioni a più Gare d'Appalto, specie per le piccole imprese o cooperative immateriali. Tant'è che stanno crescendo nel settore vere e proprie multinazionali, che avendo miliardi alle spalle possono permettersi di fare anche 20 gare simultaneamente.
TRUCCO N.5: la selezione dei partecipanti mediante clausole discrezionali. In certi casi i trucchi precedenti non sono sufficienti a garantire con sicurezza chi vincerà l'appalto. Allora è possibile ricorrere alle varie forme del Trucco n.5: le clausole di partecipazione. Qui il campo della discrezionalità è infinito e ci sono Enti appaltanti, che manovrando bene questi trucchi, in piena legalità, arrivano a fare Gare mirate ad personam. Vediamo un elenco delle clausole uscite dalla creatività degli appaltanti:
certificare fatturati miliardari nei precedenti tre anni;
dimostrare di avere fatturato centinaia di milioni nei triennio precedente, ma nello stesso tipo di servizio appaltato (il che è paradossale nei servizi innovativi o sperimentali);
dimostrare di avere in organico un certo numero di dipendenti regolarmene assunti (anche se la gara è per servizi stagionali);
dimostrare di aver fatto lo stesso tipo di servizio per un ente uguale all'appaltante;
allegare elenco nominativo, nonché curriculum, degli operatori che saranno impiegati nella realizzazione dell'appalto (anche se il lavoro inizierà 6/8 mesi dopo);
dimostrare di avere già stipulato accordi o convenzioni con Enti territoriali (operazione che notoriamente richiede anni);
allegare contratto di affitto e piantina, dei locali a norma di cui si dispone nel Comune appaltante;
dimostrare di essere in grado di gestire servizi che comprendono pulizia, gastronomia, pullman, educazione, animazione e psicoterapia (quando è noto che le società immateriali che gestiscono servizi a 360 gradi, in Italia, sono pochissime);
se la Gara ammette la partecipazione di una Associazione Temporanea di Impresa, dove più servizi si uniscono, basta chiedere che ognuna delle imprese alleate abbia tutte le caratteristiche sorpraelencate. Naturalmente non sono obbligatorie, ma possibili. Non si trovano mai tutte insieme o con la stessa formula. Il trucco consiste in questo. Scegliete chi dovrà vincere la Gara e poi stendete il Bando di Gara in modo da chiedere ai partecipanti tutte le caratteristiche già in possesso del Vostro "amico". Se il Vostro "amico" è abbastanza ricco, o se lo aiutate a prepararsi in modo da avere speciali caratteristiche (per esempio con dei locali a norma di legge, che il Comune stesso può dare a prezzo irrisorio) ecco che la regolare vittoria è assicurata.
TRUCCO N.6: Le norme opzionali (almeno 2 partecipanti / cifra massima e minima). Il capitolo delle norme opzionali è interessante. L'appaltante può mettere o non mettere nel Bando di Gara alcune regole, a seconda che preveda o no di far vincere qualcuno. 
TRUCCO n.6/a- Si fa un bando pieno di clausole ostacolanti, col codicillo che, se i partecipanti saranno meno di 3, la scelta avverrà per chiamata. Così siete sicuri di poter annullare la Gara e affidare l'appalto a chi volete.
TRUCCO n.6/b- In nome dell'urgenza molte regole possono essere addomesticate, legalmente. Ottenere l'urgenza è facile: basta che l'Ente decida la cosa in ritardo.
TRUCCO n.6/c- nel codice amministrativo esiste una norma che impone nelle Gare d'Appalto di escludere sia l'offerta più alta sia la più bassa, per evitare che vinca il partecipante più costoso, ma anche quello che fa un ribasso sospetto. Raramente questa norma è riportata nei Bandi di gara, così pochi la conoscono e l'Ente appaltante può applicarla o meno, a seconda di chi vince. Naturalmente, non applicarla è irregolare - non illegale- ma pochi lo sanno e nessuno farebbe mai una causa amministrativa per questo. Quindi se il Vostro "amico" è l'offerta più alta o più bassa, fate finta di niente. Se il Vostro "amico" occupa in graduatoria un posto fra il secondo o il penultimo posto, tirate fuori la norma e il gioco è fatto.
TRUCCO n.6/d- Simile al precedente, ma più astuto. In alcune Gare viene esplicitamente dichiarato che ogni più piccolo errore formale sarà motivo di esclusione; in altre questo non viene dichiarato, ma in base alle esigenze degli "amici" è possibile utilizzare questa logica oppure chiedere correzioni o integrazioni il giorno dell'apertura delle offerte o anche dopo. Esistono Gare nelle quali vengono esclusi candidati perché la loro busta è chiusa con la colla o il nastro adesivo, ma senza ceralacca; i curricula non sono firmati; il numero della Gara sulla busta aveva un'imprecisione; la cifra offerta, riportata 5 volte, manca di uno zero in una delle copie, per evidente errore di battitura; e così via per infiniti dettagli. Esistono invece Gare nelle quali c'è meno severità formale, anzi è previsto che correzioni e integrazioni possano venire chiesti durante o dopo l'apertura della buste. Questa discrezionalità va giocata con astuzia, e in due modi. Un primo modo è quello di farcire il bando di trappole formali, poi concordare fra chi deve vincere e un funzionario una disamina preventiva (2/3 giorni prima) con tutto il tempo per le rifiniture. Un secondo modo di decidere l'applicazione della severità formale, solo se si constata che il candidato "amico" è a posto e altri concorrenti no.
TRUCCO N.7: I criteri e la Commissione di Valutazione. Il Trucco n.7 è il più solido, il più leale, il meno contestabile. E' applicabile solo nelle Gare che non siano solo al ribasso, cioè la maggioranza delle gare del settore sociale/immateriale. Anzitutto si tratta di inserire nel Bando i criteri di Valutazione che saranno usati dalla Commissione nell'assegnazione del punteggio, stando attenti di lasciare un'ampia percentuale a indicatori discrezionali. Il prezzo più basso per esempio vale 30 punti su 100, 30 punti vengono dati alla qualità del progetto presentato, 20 punti ai curricula dell'impresa o degli operatori, altri 20 punti all'innovatività o al numero di connessioni territoriali previste. L'importante è che il prezzo costituisca una porzione inferiore alla metà dell'intero punteggio. In secondo luogo si tratta di nominare una Commissione di Valutazione addomesticata. Non è necessario avere il controllo su tutti i membri. Basta inserire un funzionario o dirigente fedele ed esperto di procedure di Gara, insieme a 2 o 3 membri del tutto incompetenti del contenuto della gara (per esempio, un funzionario amministrativo o dell'anagrafe per valutare un progetto educativo) e magari 1 membro che ne sa qualcosa ma che lavora come consulente (quindi è molto disponibile o ricattabile) per l'Ente appaltante. Il gioco è quasi fatto: il membro fedele e competente, pilota la Commissione, i membri incompetenti seguono, ed il membro che ne qualcosa può opporsi, ma non gli conviene e comunque ha solo il suo voto. A questo punto è sufficiente pilotare i criteri discrezionali - in piena legalità- a favore del candidato che deve vincere. Sul prezzo la questione non si può discutere tanto (salvo ricorrere o meno al Trucco 5/b) ma come si può contestare una valutazione di soli 3 punti ai curricula o di ben 30 punti (il massimo) alla qualità del progetto? Nessuno può farlo (v.Trucco n.7) e quindi gli "amici" vincono.
TRUCCO n.8: Esito della Gara. Questa batteria di trucchi non serve tanto a manipolare la Gara, quanto a coprire la Commissione di Valutazione che lo fa. In primo luogo l'esito della Gara, a parte il nome del vincitore, viene mantenuto ignoto per parecchio tempo; oppure reso pubblico solo dietro richiesta scritta o a pagamento; oppure reso pubblico parzialmente, con lettere molto stringate del tipo "…non avete vinto…." Oppure "ha vinto l'impresa x". Di graduatoria di parla raramente e con difficoltà. In secondo luogo, le motivazioni dei punteggi non vengono quasi mai rese pubbliche, oppure vengono comunicate in forma stringata del tipo: "i curricula presentati sono sembrati poco adeguati….". Perché? Perché quelli del vincitore erano più adeguati ? Non viene mai detto. Il verbale esteso della Commissione di Valutazione o non esiste o è più difeso dei piani del Pentagono. D'altronde, se la Commissione valuta, in modo legalmente discrezionale, che i curricula di un partecipante valgono poco mentre quelli di un altro molto, come si può contestare? Per una verifica, qualcuno ha provato a presentare allo stesso Ente due progetti simili con gli stessi curricula: in un caso la valutazione ottenuta è stata bassa e nell'altro altissima, per progetti simili e lo stesso appaltante!
TRUCCO n.9: Il controllo post e la rendicontazione. Ecco l'ultima serie, per ora, di trucchi utile a manipolare gli appalti. In genere, una Gara riguarda un servizio o un progetto da realizzare in un tempo da 3 mesi a 3 anni. Nel periodo indicato il vincitore deve realizzare ciò che era richiesto dalla gara e ciò che ha promesso vincendola. Nella fase di attuazione l'Ente appaltante ha due compiti: controllare l'esecuzione e pagare la somma messa in Gara. Questo lavoro può essere fatto in modo fiscale, ossessivo, anche asfissiante, oppure in modo amichevole, delegante, distratto. I pagamenti possono esser puntuali e fluidi o intermittenti e ritardati. Poiché ogni Capitolato prevede multe per mancanze dell'appaltatore e non per l'appaltante, si possono comminare sanzioni fino alla interruzione della convenzione e dei pagamenti, oppure si possono chiudere due occhi ed effettuare pagamenti anticipati. Tutto ciò è legale e discrezionale. Ma non si tratta solo di fare favori ad imprese vincitrici "amiche", tartassando eventuali vincitori sgraditi fino a scoraggiarne ogni velleità di ulteriori rapporti con l'Ente. Il trucco n.8 è più sottile e viene preparato fin dal Bando iniziale. Si tratta di mettere a punto un Bando scoraggiante, talmente farcito di clausole e richieste da inibire la partecipazione di molti possibili concorrenti, a volte addirittura un Bando che, puntualmente rispettato, porterebbe il vincitore a perdere danaro sonante. In questo modo vengono tenuti lontani tutti i partecipanti estranei, e la Gara resta aperta solo all'impresa "amica" che dall'inizio sa con certezza che le clausole capestro, le regole disincentivanti, le verifiche e le sanzioni annunciate, non saranno mai davvero messe in atto. Per esempio, si chiede che il partecipante elenchi i nomi di 20 operatori con Laurea. Il concorrente estraneo pensa che la richiesta sia seria e ne verrà controllata l'applicazione durante il lavoro, quindi può non imbarcarsi nella Gara. Il concorrente "amico" sa che può elencare 20 laureati a caso, con la certezza che poi al loro posto, potrà far lavorare parenti ed amici senza alcun diploma, colla complicità benevola dell'Ente appaltante. Oppure, il Bando chiede che l'attività venga svolta in una sede a norma di Legge. L'estraneo che non ha tale sede, non partecipa, oppure si precipita ad affittarne una con costi altissimi. Il concorrente "amico" può limitarsi a dichiarare di avere una sede a norma e poi realizzare l'attività nella sua cantina, con la garanzia dell'assenza di controlli e sanzioni. E così via all'infinito, con l'italica creatività.
Dr Antonio Giangrande
Presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie e di Tele Web Italia
099.9708396 – 328.9163996

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